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È venerdì pomeriggio, sono con un gruppo di dirigenti di un’azienda. Oggi parliamo di motivazione e retention. Ho visto nei loro occhi accendersi una luce speciale quando abbiamo parlato di quanto il benessere sia una chiave essenziale per progettare il luogo di lavoro ideale. Scopriamo insieme che non basta avere grandi successi; lavorare con persone felici di esserci, serene e attive è impagabile. Loro hanno sentito questo desiderio e hanno immaginato come mettersi a disposizione dell’impresa, dei colleghi e di sé stessi in una nuova veste. Lo hanno immaginato come nuovo livello della loro leadership.
Stare bene al lavoro è una domanda crescente
Altra scena, un amico di amici mi chiede di parlarmi. Ha avuto una carriera commerciale importante a livello internazionale. Il lavoro va bene, i risultati sono sempre arrivati oltre le attese. Mi racconta che ha visto il post di un’amica che raccontava di quanto fosse orgogliosa della sua azienda. Questo l’ha fatto riflettere. Mi dice: «Io quel post non mi sentirei di farlo». Mi ha fatto capire che con la mia società si è rotto qualcosa. «Non riesco più ad accettare i miei colleghi che non hanno alcuna considerazione delle persone che lavorano con loro». Mi dice che ha sofferto quando un collega gli ha detto di non dire a una collaboratrice che aveva fatto un ottimo lavoro perché si sarebbe montata la testa. Aggiunge il motivo del nostro incontro: «Posso trovare di meglio? Ci sono imprese diverse dalla mia?».
Stare bene al lavoro è una domanda crescente. I segnali sono chiari a tutti i livelli organizzativi. Se ci fosse un market place dove comprare benessere aziendale avrebbe certamente lo stesso successo delle piattaforme di psicoterapia on line che crescono ad un Compound Annual Growth Rate (CAGR) di oltre il 25% anno. Questo non è naturalmente possibile, perché la qualità dell’ambiente di lavoro e il nostro benessere lavorativo in azienda dipende dalla comunità che la abita, dall’esercizio della leadership e dai modelli di gestione.
Alla base del benessere delle persone in azienda c’è la sicurezza psicologica che Amy C. Edmondson definisce come «la convinzione che non si sarà puniti o umiliati per avere espresso liberamente le proprie idee, domande, dubbi o errori» (A.C. Edmondson, On Psychological Safety, 2014). I benefici della sicurezza psicologica sono evidenti per ciascuno di noi, ma anche dimostrati da numerosi studi. Uno dei più significativi è quello del Boston Consulting Group (BCG, Psychological Safety Levels the Playing Field for Employees, 2024), che mostra come negli ambienti psicologicamente sicuri i lavoratori italiani si sentano tre volte più capaci di raggiungere il proprio pieno potenziale, ben 2,4 volte più motivati, 2,9 volte più felici del lavoro che fanno e 3,4 volte più valorizzati e rispettati con effetti positivi sul turnover (la tendenza alle dimissioni si riduce di 2,7 volte). Un effetto concreto delle politiche di sostenibilità.
Un altro effetto importante della sicurezza psicologica, oltre al benessere delle persone, la produttività e la qualità del lavoro, è l’incremento della capacità di innovare e vivere positivamente il cambiamento. Un contesto sicuro stimola infatti le funzioni celebrali superiori quali decision making e pensiero critico, problem solving, organizzazione del lavoro e autocontrollo – collocate nella corteccia prefrontale – impedendoci di cadere nel meccanismo automatico di fuga o lotta o blocco, fino alla perdita di sensi, tipico delle reazioni istintive guidate dalle aree più antiche del cervello. Ecco spiegato neuroscientificamente il keep calm and go on.
Quindi noi, individualmente, cosa c’entriamo con tutto questo?
In realtà dipende solamente da noi. Possiamo, in noi e negli altri, riconoscere, creare consapevolezza e dare supporto. Iniziamo a riconoscere i segnali. Segnali emotivi, cognitivi, fisici.
Esploriamo i segnali emotivi con alcune domande.
Quando mi succede qualcosa so dare un nome all’emozione che provo (ira, frustrazione, tristezza, paura, ansia, noia, fiducia, ammirazione, etc.)? Che cosa sento dentro? Il corpo che segnali manda (caldo alla testa, freddo alle mani, rigidità agli arti, etc.)? Come gestisco ciò che provo? Riesco a dare una direzione a questa emozione?
Quali segnali cognitivi posso raccogliere? Lavoro in modo meno efficace? Mi distraggo e perdo il filo? Provo meno interesse nelle cose da fare? Rimando? Sento una stanchezza ingiustificata? Non ho voglia di ridere? Mi sforzo di parlare anche se non ne ho voglia?
Passiamo ai segnali fisici.
Ho arrossamenti sulla pelle? Salto i pasti? Mangio meno o di più? Ho mal di testa? Prendo farmaci o altre sostanze? Creare consapevolezza è fondamentale. Che cosa mi fa stare così? Posso intervenire direttamente modificando i miei comportamenti? Posso parlarne con qualcuno all’interno della mia azienda? Dare supporto è essere esseri umani. Non esisterebbe l’umanità se il caring non fosse un nostro istinto fondamentale.
Aiutarci parlandone, ascoltando, cercando di rimuovere gli ostacoli al benessere (dalle procedure alle relazioni interpersonali, alla valutazione dei risultati) o fornendo orientamento professionale, sono azioni alla portata di tutti noi nel quotidiano.
Prendiamoci infine un minuto. Sediamoci comodi, chiudiamo gli occhi, distendiamo le gambe, mettiamo le braccia lungo il corpo. Cominciamo a pensare a una situazione che ci fa stare bene, cerchiamo nella memoria una sensazione di benessere che abbiamo provato. Dove siamo? Cosa udiamo? Cosa c’è intorno a noi? Respiriamo, restiamo a occhi chiusi. Bastano pochi minuti per rivivere quell’esperienza positiva. Facciamolo regolarmente.
Un momento di benessere ricarica le energie e ci prepara ad affrontare la vita frenetica, una riunione difficile, un colloquio che non abbiamo voglia di fare. Ripetiamo l’esercizio dopo questo evento per recuperare le nostre energie. Invitiamo i nostri colleghi e collaboratori a farlo.
Un momento di benessere è essenziale per tutti.